20 Ott Nella lotta al caro carburanti è corretto dividere gli autotrasportatori del Sud da quelli del Nord?
Il carburante ha un costo fuori controllo e l’Italia dei padroncini del Sud e del Nord sembra dividersi. Pertanto ci si chiede quale dovrebbe essere la giusta strategia.
Caserta, 20.10.2026 di Annibale Bologna.
Il costo del gasolio sfiora vette insostenibili fino a 2,40 euro al litro, i camion perdono dai 700 ai 900 euro a viaggio nella tratta Nord-Sud, le aziende agricole sono allo stremo. In tale contesto c’era da aspettarsi che l’Italia tornasse a fare i conti con la rabbia degli autotrasportatori, con le giuste rivendicazioni di chi, trasportando i prodotti, ha un ruolo fondamentale nel garantire l’alimentazione agli italiani. In tale contesto le odierne mobilitazioni ci consegnano un Paese spaccato in due: da un lato piazze piene e blocchi in Calabria, Sicilia, Puglia e Campania; dall’altro un Nord apparentemente più fermo e silenzioso.
In verità asserire che al Nord le cose vadano totalmente bene è frutto di una analisi superficiale. I costi del diesel gravano sugli autotrasportatori e sugli agricoltori del Nord esattamente come su quelli meridionali. Viceversa, le vere cause di tale differenza sono da ricercare, da oltre un secolo e mezzo (ossia dall’unità d’Italia) tra gli elementi caratterizzanti l’imprenditoria del Nord e quella del Sud e le diverse infrastrutture ivi esistenti.
Il Sud dipende dal trasporto su gomma, con ferrovie deboli ed enormi distanze geografiche dai principali mercati di sbocco nazionali ed europei . Ciò fa sì che ogni centesimo di rincaro sul carburante abbia un peso insostenibile per gli operatori del trasporto su gomma meridionali. A Sud prevalgono le piccole aziende familiari e i “padroncini”, realtà strutturalmente fragili e con margini di guadagno flebili che rendono impossibile assorbire i rincari o ribaltarli sul committente. Al Nord la maggiore presenza di grandi gruppi di trasporto, a volte tra di loro consorziati, fanno si che la crisi si avverta in modo minore rispetto a quella che attanaglia il settore dell’autotrasporto del Sud.
In questo contesto, scaricare tutte le colpe sulle imprese del Settentrione non ha senso. Ciò può rivelarsi un boomerang fatale. Trasformare una protesta con denominatore comune (calo delle accise, gasolio agricolo calmierato, tetto massimo ai prezzi) in una lotta tra territori serve solo a indebolire la forza contrattuale di tutta la categoria di fronte alle Istituzioni.
Affinché la mobilitazione pervenga a risultati concreti serve un cambio di passo immediato. Nord e Sud possono coordinarsi per una protesta costruttiva e vincente solo attraverso una piattaforma unica rivendicativa; un tavolo unico che coinvolga tutte le Regioni; almeno per tale materia, il superamento del concetto Nord contro Sud ; l’individuazione di proposte tese a favorire il rafforzamento concreto della rete ferroviaria al Sud con contestuali incentivi finalizzati a rendere concreta la cooperazione tra le piccole imprese del Meridione.
In sintesi, piuttosto che protestare in modo distinto le associazioni di categoria nazionali devono sottoscrivere un piattaforma d’azione unica che ricomprenda quanto sopra evidenziato poiché le richieste — riduzione delle accise, gasolio agricolo calmierato, ecc — vanno a beneficiare in modo identico le imprese del Sud e del Nord.
Per concludere, occorre un patto di coesione tra le due Aree territoriali del Paese, in cui il Nord possa mettere a disposizione la propria forza contrattuale e la maggiore organizzazione logistica, mentre il Sud possa fungere da spinta e denuncia in merito alle carenze infrastrutturali del suo territorio. Solo in tal modo sarà possibile far crescere di nuovo l’economia nazionale distanziandola dal baratro verso cui essa sembra oggi dirigersi.